Art Spiegelman – Maus – È solo un fumetto

| buttato dentro il 14 dicembre 2006 | alle ore 20:12 | da | nelle categorie cultura, recensioni | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Un pugno allo stomaco.

Non avevo mai letto un “fumettone”. Leggo pochi fumetti in genere, un romanzo fumettato e pensato apposta per le strisce non lo avevo mai letto. C’è poco da dire, un capolavoro. La Shoah descritta come si deve descrivere, senza mezza parole. La vita che cambia, la difficoltà nel racconto, la piccolezza dell’autore di fronte al dramma del protagonista. L’olocausto, insomma. Alla faccia di chi lo nega. Continua…


Biagi autocelebrativo – Quello che avrei detto se solo…

| buttato dentro il 16 novembre 2006 | alle ore 11:06 | da | nelle categorie cultura, recensioni | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

C’è molta gente che pensa che Enzo Biagi sia un vecchio rincoglionito.
Forse è vero. Forse non ha senso scrivere e pubblicare un libro che condensi almeno una trentina di fatti epocali in poco più di duecento pagine. Forse non ha senso dissertare della propria vita, della vita della Nazione, dell’esistenza del mondo come se tutto ruotasse intorno al proprio smisurato ego. Biagi lo fa, e sembra che se ne diverta. «Alla mia età, leggere diventa sempre più difficoltoso»: non gli resta che scrivere.
Ma quando Biagi parla di cent’anni di follia umana, di un secolo di delitti, dalla Grande Guerra a Berlusconi, passando per il terrorismo e le tante battaglie silenziose del nostro tempo, con uno stile unico… beh, non si può certo restare indifferenti e rimanere ancorati ad un giudizio superficiale e personalistico.

Biagi evidentemente si può permettere di vagare nei propri ricordi a mano libera, senza uno schema, lamentandosi del silenzio impostogli in tv e ammettendo, solo a malincuore, che dopo tanto rumore anche starsene in panchina non è poi così male, alla sua età.
L’unico pensiero che rimane in testa, è quello di un’occasione sprecata: se Biagi avesse avuto il suo spazio su Raiuno con “Il Fatto” che tanto amava avremmo assistito a perle assolute di giornalismo “in diretta”, invece di doverle leggere ad alcuni mesi di distanza su un lavoro pieno di lamentazioni, con uno schema logico che si perde pagina dopo pagina.
Un vero grande peccato Continua…


Marco Cuaz – La funzione simbolica dell’Alpe

| buttato dentro il 29 ottobre 2006 | alle ore 10:44 | da | nelle categorie aosta, cultura, recensioni | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , , , , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Marco Cuaz, professore di storia all’Università della Valle d’Aosta, traccia in questo volume, della collana “L’identità italiana”, un excursus storico della funzione politica svolta dall’Alpe, dei significati che il popolo (soprattutto quello italiano) ha attribuito a questa catena montuosa maestosa, inquietante, divisoria, unificante.

Luogo ostile all’uomo, le Alpi negli ultimi anni del XVIII secolo si trasformano in un ideale parco giochi per facoltosi inglesi, che iniziano a conoscerle e a farle conoscere al mondo tramite ascese, ricerche, morti.
Con la prima guerra mondiale, le Alpi tornano ad essere bastioni poderosi di divisione tra popoli in lotta, e la figura dell’alpino, e non più dell’alpinista, ha la meglio. Conoscitore profondo della montagna, martire della guerra, spedito nelle steppe del Don a morire per quella patria che non riconoscerà più, la figura eroica dell’alpino muta da eroe vincitore nel 1915, a vittima sacrificale di regimi deliranti nel 1944. Storie di alpini, forse troppe e lontane dal presente, che sfilacciano il fluire della lettura e la rendono a tratti pesante.
Passata la furia della guerra, le Alpi italiane divengono laboratorio per la tutela delle autonomie: questione spinosa e tuttora irrisolta, con clamorose ingiustizie, lotte ideologiche disattese, privilegi a macchia di leopardo e profondamente ingiusti, in nome di quei “popoli di montagna” che però risulteranno profondamente divisi. In questo libro, anche se trattato sbrigativamente, l’argomento è affrontato con il taglio giusto, accantonando la politica (come dovrebbe fare ogni studioso) e analizzando un processo unico, ma abortito, con lucidità.
L’unità (presunta) verrà trovata soltanto anni dopo, con il processo di integrazione europea e i tentativi di fare di questa catena montuosa al centro dell’Europa una cerniera tra i popoli. Continua…


Michele Serra – Pennellate di quotidianità

| buttato dentro il 20 ottobre 2006 | alle ore 10:23 | da | nelle categorie cultura, recensioni | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , , , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Michele Serra è un pigro giornalista, che tutti i giorni da più di dieci anni cura la pigra rubrica “L’amaca” su Repubblica. I suoi pensieri, però, sono tutt’altro che pigri. Con l’aiuto di Fausto Vitaliano, la succitata pigrizia è stata sconfitta, e i pensieri di Serra sono usciti qualche tempo fa su “Tutti i santi giorni”, un compendio ragionato di dieci anni di editoriali e amache.

Serra spazia da tette e culi, gatti e cani, politici e persone serie che hanno costellato la vita prima di tutto dell’autore, e poi dei lettori, che si sentono coinvolti, possono immedesimarsi nei pensieri del giornalista. È il successo dell’amaca di Repubblica, spesso la prima pagina che ogni lettore cerca dopo aver sbrigato l’acquisto del giornale con i canonici 90 centesini all’edicolante. Purtroppo, però, molte delle amache passate risentono dell’età. Il coinvolgimento del lettore, cercato e trovato con successo, si perde nel tempo dietro al cambio del politico di turno (fa ridere leggere adesso che persino Calderoli è stato Ministro!), al ritorno alla normalità dopo la follia di mucche pazze e polli influenzati, a sensazioni ormai dimenticate della minaccia terroristica, all’indignazione perduta per le tante guerre che ormai abbiamo metabolizzato.
Quando questo libro ci tornerà in mano, tra una quindicina d’anni, cosa ricorderemo di questo tempo passato, fatto di dettagli folli e personaggi facilmente caricaturabili? Continua…


Le Alpi: un’avanguardia in Europa

| buttato dentro il 13 ottobre 2006 | alle ore 19:23 | da | nelle categorie cultura, recensioni | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Werner Bätzing è uno di quegli uomini speciali che possono nascere soltanto in una terra speciale. E non ci è nato. Ma ci si è trasferito, innamorato, e ci ha dedicato la vita. Le Alpi sono diventate la sua casa, il suo lavoro, la sua passione. E, nonostante l’amore sfrenato, la lucidità non gli è mai mancata: non si è mai fatto travolgere da ondate temporanee di trionfalismo (“ah, quanto sono belle le nostre montagne!“) o sconforto (“chi me l’ha fatto fare di venire a vivere qui“) o commiserazione (“noi abitanti delle valli alpine siamo svantaggiati, foraggiateci di denaro pubblico“). La sua analisi è divenuta una serie di pubblicazione, la cui principale è “Le Alpi”, sottotitolato alla pagina 777 “Una regione unica al centro dell’Europa”. Un libro unico nel suo genere, un libro che ogni abitante delle Alpi, e della Terra, dovrebbe leggere. Non una sola volta, ma almeno una volta all’anno, e meditarci in una settimana di ritiro spirituale. Continua…


The Strokes – Il miglior album dell’anno

| buttato dentro il 16 febbraio 2006 | alle ore 21:01 | da | nelle categorie musica, recensioni | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Raramente duplico i miei interventi. Questa volta però questo misfatto merita veramente di essere attuato. First impression of earth degli Strokes è un album davvero fantastico.
Lo avevo sentenziato dopo il primo ascolto e lo ribadisco dopo che il numero degli ascolti ha superato il centinaio, se non i 150. In un mese. Raramente mi capita di ascoltare (per intero) un album così tante volte. Veramente piacevole, vario. Ad ogni ascolto se ne scopre un lato che prima non si era notato. È quasi un disco feticcio, per la ricchezza del libretto, quasi barocco, che dopo le mistificazioni dei Coldplay (che non hanno nemmeno pubblicato i testi) è ritornato quasi un’opera a sé, con dignità stilistica e impaginazione notevole.
Saranno dei coglionazzi, ma ci sanno fare. Hanno trainato il rock and roll, assieme ai White Stripes, ad una nuova rinascita, l’ennesima. E sono riusciti a tirar fuori 14 canzoni con testi non scontati, riff curati e parti vocali meno elementari. Quasi un disco epocale, per questi versi, soprattutto in questi ultimi tempi di sole e poche nicchie eccellenti contro masse tunzettare e scontate.
La canzone più banale è forse Razorblade, ma non se ne vuole più andar via dalla testa. “My feelings are more important then yours / Sweetheart / Your feelings are more important of course”. Ask me anything tronca con la prima parte del disco e con il passato di Room on fire, ma è stata fin troppo mitizzata dalla critica: quando parte decisa Electricityscape il fan storico tira un sospiro di sollievo e può tornare a sentire le amate chitarre di Nick Valensi e Albert J. Hammond. Ogni canzone potrebbe essere lanciata come singolo, nessuna ha la debolezza creativa di eventi precedenti e starebbe bene nelle playlist delle radio più di tanti Chariot o Robbie Williams bolliti.
Fear of sleep ricorda a tratti le coltellate degli italici Afterhours: loro però avevano e mettevano paura del buio. -ize of the world ha il finale che amo di più di un brano musicale. Semplicemente, finisce, senza tirarla per le lunghe. Grazie. Continua…


Garbage – Bleed like me – 2005

| buttato dentro il 17 maggio 2005 | alle ore 11:06 | da | nelle categorie musica, recensioni | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Album rock. Un abisso rispetto al passato, i Garbage del 2001 sono scappati. Voce femminile, “dell’androgina Shirley” (così scriverebbe un vero critico musicale). Musicisti decisi, puliti, mai eccessivi. Meno elettronica e ridondanza, più suoni veri e semplici. Con un po’ di verve compositiva in più, un ottimo album.
Rispetto ai precedenti lavori, i lenti melensi (le ballate, chiamatele come gradite) sono spariti, così come gli overdubs elettronici e manipolativi, rendondo un disco molto adatto ai live. Batteria al punto giusto, mai come in questo lavoro gli strumenti hanno ragione di esistere e non sono lì a formare un tutt’uno con il resto. La voce di Shirley Manson è sensuale e quasi sussurrata, per accendersi solo quando è necessario. Molto gradevole e mai sopra le righe, per me poi che preferisco una voce femminile a cento maschili, a meno che non sia un Vedder, un Daltrey, un Morrissey. Un punto a favore.
Il disco si apre con decisione, Bad boyfriend stacca subito rispetto a BeautifulGarbage, ma Run baby run (che non c’entra niente con Sheryl Crow) torna alle sonorità dell’ottimo precedente. “Beauty”, pieno di elettronica ma di pezzi di serie A decisamente più ispirati di questo comunque bellissimo “Bleed”, ma che rendevano pesante l’ascolto ad oltranza. Right between the eyes è in tipico stile Garbage, Why do you love me, a parte il ritornello ripetitivo, è il singolo d’esordio più azzeccato: un buon impatto, un cambio di ritmo deciso. La title track è uno dei brani più lenti, ma abbandona lo stile lollipop (non il gruppo… la caramella) di Can’t cry these tears nel lavoro precedente, così come It’s all over but the crying. Metal heart è il brano più deciso, delizioso. Sex is not the enemy è il brano più riottoso, perlomeno per il testo molto azzeccato.
The boys wanna fight è una verità molto discotecara, probabilmente il prossimo singolo. Vediamo se ho naso… Why don’t you come over è evidentemente il brano più debole, stile Spice Girls in declino con un’iniezione di chitarre, in cui anche la voce dolce di Shirley non rende a dovere. Happy home è nuovamente lento, ma si anima a dovere ed è un’ottima chiusura per un album più vario dei precedenti, di un gruppo di musicisti maturi che suona per il piacere di farlo.

La risposta a chi li criticava per aver abbracciato il pop. Se ancora dovevano dare risposte.

Tracklist:
01. Bad boyfriend
02. Run baby run
03
. Right between the eyes
04. Why do you love me
05. Bleed like me
06. Metal heart
07. Sex is not the enemy
08. It’s all over but the crying
09. The boys wanna fight
10. Why don’t you come over
11. Happy home


Lollo, il batterista di Francesco-C

| buttato dentro il 20 marzo 2005 | alle ore 18:35 | da | nelle categorie aosta, musica, recensioni | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Complice una serata fiacca, mi ritrovo a chiacchierare con due amici fuori dal “Bar della strada dei camionisti” di Villanova Baltea (doppia italianizzazione dei nomi) mentre dentro suonano i SAD, cioè Francesco-C con la sua band (per la cronaca, il Maestro Patt al basso, il Cure-ggiante Loris alla chitarra, Cieri Francesco alla voce con un taglio di capelli alla paroliere dei Negrita e Lollo alla batteria). Così, dalla finestra, sto a guardare il solo batterista astemio che si dà da fare tra i piatti.
Porca miseria se mi piace!” è il commento di un altro batterista per me anonimo. L’andirivieni dei fumatori è crescente. “Io suono in un altro modo, mi piace essere preciso ma semplice. Lui fa molte più rullate“. L’acustica del locale non è il massimo ma si sa: in Valle d’Aosta, per fare musica, bisogna attaccarsi forte e tirare. Essere disposti a suonare in tutti i buchi e in tutte le bettole per sperare di ottenere palchi più degni in cui si possa far sentire della musica e non del rumore.
Azz… Ha il doppio pedale. E guarda, non sta fermo un attimo, tra le luci e il lampeggiante…“. Dai tempi “gloriosi” degli Zoo, band scioltasi quando ancora cercava di emergere dal pantano aostano poco prima di suonare al Bloom di Mezzago, dove erano passati Nirvana e band di spessore simile, Lollo aziona con un terzo pedale, oltre alla grancassa con il primo e dei piatti col secondo, anche un classico lampeggiante da TIR o da camion dell’immondizia, che crea un’atmosfera surreale e coinvolgente. La luce roteante giallastra illumina le ombre del pubblico. Con gli Zoo impreziosiva come scenografia il metal angosciante e trascinante della band. Con i SAD è un po’ fuoriluogo, ma fa pur sempre il suo effetto.
Ha stile, c’è poco da fare” prosegue il chiacchierio di un Re di Maggio mentre Lollo conclude un altro pezzo in cui è stato l’unico strumento percepibile chiaramente, più per le vibrazioni del legno attorno a noi che per l’effettivo audio.
Una mezza delusione. Per un giudizio definitivo bisogna attendere il disco, previsto per maggio, quando finalmente si riusciranno a percepire chiari la voce di Francesco e i preziosismi stilistici di Patt e del Cure de noartri. La musica è sempre la stessa e, per dirla tutta, ha stufato. Ma è normale, dopo perlomeno 4 concerti al mio attivo con la nuova formazione che, lasciata l’elettronica a Francesco solista, è passata a suoni rock più tradizionali. Da sommare a 15-16 con la vecchia formazione. Urgono novità…


Letture di fine anno

| buttato dentro il 30 dicembre 2004 | alle ore 21:40 | da | nelle categorie cultura, giornalismo, musica, recensioni, sport | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Mes amis mi hanno regalato per Natale (uno dei pochi regali ricevuti, meglio così) “The Beatles Box“, raccolta di quattro biografie dei Beatles di Alan Clayson, una per ognuno. Dopo una prima lettura di quella di John, un primissimo commento, che molti di voi troverete noioso: senza Brian Epstein i fab sarebbero stati molto meglio ma non li avrebbe conosciuti nessuno. A causa di questo manager puntiglioso, i fab hanno esordito senza essere i ribelli che erano in precedenza, con un batterista che successivamente avrebbe fatto notare i propri limiti (o la sua grandezza?), con un look che li ha resi cool e pop.

In precedenza ho finito di leggere le biografie di “Marco Pantani, Un uomo in fuga” della sua (ex) manager Manuela Ronchi e del giornalista Gianfranco Josti, e “Marco Pantani” di Beppe Conti. Il primo, più personale e meno giornalistico, almeno nella seconda parte, svela la verità (o meglio, una delle verità) sugli ultimi anni di vita del Campione, da Campiglio in poi. La carenza descrittiva della prima parte è colmata dalla seconda biografia, maggiormente giornalistica e curata, che però come rovescio della medaglia ha una velata ipocrisia nel racconto dell’ultima parte e non può avere certo la cura del dettaglio della prima.

Infine, ho iniziato la lettura di “Regime” di Marco Travaglio e Peter Gomez. Tutt’altra lettura rispetto agli altri due libri, presenta una concezione che, con il livello dei media di questo periodo, risulta quantomeno strana.
Ah, il regime di cui si parla è quello attuale italiano, causato dalla concentrazione dei 4 poteri in una persona sola, l’Altissimo. E, seppur con una visione che sarebbe stigmatizzata e censurata dal regime se solo non fosse un libro, descrive pennellate di un’agghiacciante realtà dei nostri tempi.


Tre Allegri Ragazzi Morti – Ponderano – 30/10/2004

| buttato dentro il 10 novembre 2004 | alle ore 13:36 | da | nelle categorie musica, recensioni, stra-cult | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Sono stato sabato scorso, da buon ragazzo morto (come recita da anni ormai il mio avatar su vari forum e qui sul blog) a vedere e sentire i Tre Allegri al Babylonia di Ponderano a Biella (o di Biella a Ponderano). Che dire, ne è valso il viaggio (un’ora e mezza da una landa desolata all’altra) e la spesa. Un buon concerto (Davide ha sbagliato completamente una sola canzone) e Luca il batterista mi ha davvero stupito. Sono contento perché finalmente li ho potuti vedere, dopo che già altre due volte era saltato tutto…
Mi è piaciuto molto anche il gruppo spalla, le “Diva Scarlet” da Bologna. Un rock pulito ma abbastanza “muro del suono”.
Ritorno a casa con una sfilza di gadget e il ricordo di un’ora di emozioni (che cos’è sennò un concerto?)

Breve considerazione sul locale: non capisco come un locale come il Babylonia (molto bello, ma abbastanza piccolo e in un posto isolato) abbia un successo simile. Un concerto con nomi di spessore ogni settimana, ha ospitato gruppi come i QOTSA, i Melvins oltre a tutti gli italiani… Dee Dee Ramone… Mah!!