«Dobbiamo puntare su ciò che non è imitabile». Ma la Cina ci gabba anche in questo

| buttato dentro il 1 ottobre 2005 | alle ore 14:00 | da | nelle categorie turismo | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Oggi sciopero dei giornalisti: per evitare la crisi d’astinenza da quotidiani, mi sono letto La Repubblica di ieri fingendo che fosse di oggi. Era molto simile alla Stampa, che avevo già letto, ma ho trovato una lettera interessante:

«Il turista straniero e le nuove leggi italiane

Silvano Imparato
silvanoimparato@qmail.com

L’ITALIA è scesa al quinto posto nella graduatoria dei Paesi più gettonati dai turisti. La Cina ci ha sorpassato anche in questo. Ebbene, leggetevi questa normativa con la quale ha avuto a che fare una turista che ho incontrato: “Ogni straniero che entri legalmente in Italia – esente da obbligo di visto ovvero soggetto a visto – dovrà obbligatoriamente attenersi al rispetto delle norme che regolano il soggiorno degli stranieri in Italia, presentandosi entro 8 (otto) giorni dall’ingresso nel Territorio Nazionale presso la Questura competente, e richiedendo – come previsto dall’art. 5 del T.U. 286/1998 – il permesso di soggiorno. Lo straniero che richiede il permesso di soggiorno è sottoposto a rilievi fotodattiloscopici.” Domando: perché non si fanno compilare i documenti di sbarco come in tutti i Paesi del mondo? Ho visitato 68 Paesi e non mi è mai stato chiesto di fare un permesso di soggiorno e non mi sono mai dovuto recare ad un posto di polizia.»

Prima riflessione: come ampiamente previsto da chi analizza le economie e il turismo in Italia, prima che i cinesi vengano da noi a visitare le bellezze del vecchio continente noi siamo andati da loro a portargli un bel po’ di soldi. Non si capisce perciò il motivo che ha spinto migliaia di operatori, di località, di destinazioni a pubblicizzarsi massicciamente in Cina. È come vendere un televisore ad un non vedente: sarà interessato solo dal contorno e dal suono. (Clamoroso poi il caso di quella ridente regione che è andata a promuovere e ad esportare il suo formaggio tipico ai cinesi che, notoriamente, sono deficienti di un enzima e il formaggio gli fa lo stesso effetto di un clistere).

Secondo pensiero: il Belpaese non morde più. Il mercato è cambiato, il target si è spostato e piuttosto che venire a vedere il Colosseo l’americano medio sogna la Grande Muraglia. Cosa ci attira tanto della Cina? Passiamo metà del tempo a parlarne male, “manca lo stato di diritto”, “ci rubano il lavoro”, “andremo tutti in malora a causa di Shangai”. Come se non bastasse, i film più cruenti ci ricordano che la loro giustizia e la loro mafia coincidono e quelli più soft parlano di tibetani torturati e sessismo della società. Eppure vogliamo andare a vedere, a curiosare, a mettere il naso. Dovrebbe essere l’esatto contrario, dovrebbero essere loro a venire a mettere il naso nelle nostre aziende per metterci KO in pochi mesi, eppure non succede. Cos’è successo al nostro Paese? Crollo dell’immagine? Levitazione dei prezzi? Se solo qualcuno analizzasse i dati potremmo capirci qualcosa. Intanto, per capodanno tutti a Pechino.

Terza riflessione: Bossi-Fini antituristica? Forse. Ma qui spesso si esagera. Quanti italiani conoscono questa norma? Quanti turisti ne vengono a conoscenza? Quanti venendone a conoscenza la applicano? Resta il fatto che sia una legge inutile derivante da una xenofobia delirante, ma di leggi inutili il nostro Paese è pieno e non creano problemi a nessuno. Quando qualche turista verrà “beccato” senza permesso di soggiorno, la notizia finirà sul giornale. E Calderoli si inalbererà come sempre.



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