Walter Fontana – Cani che abbaiano non mordono

| buttato dentro il 12 luglio 2008 | alle ore 18:05 | da | nelle categorie cultura, recensioni | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Nel falso ottimismo che insegue la nostra vita, dobbiamo saper fare ridere. In una società in cui l’ironia è assente, il sorriso raro ma la risata grassa è da celare perché cafona, se non fai almeno sorridere gli amici il sabato sera non sei nessuno. Quando il talento manca, ci si arrangia come si può. Quando poi si è incattiviti dall’insuccesso dovuto alla mancanza di talento, l’arrangiarsi diventa continuo. Walter Fontana non ha di questi problemi, ma i suoi personaggi tristi sì: sono piombati nel mondo della comicità quando ormai tutto è comico e niente lo è. Non fanno ridere, ma non se ne preoccupano: la strada segue un percorso che dà le spalle alla celebrità, ma la speranza di sfondare c’è sempre, non si sa bene in quale ambito, basta differenziare le attività. Un libro piacevole, che fila via in fretta per facilità di scrittura e leggerezza, ma nulla più: vittima della sua stessa trama, che narra di risate strappate in un mondo in cui far ridere è un obbligo, è una storia che non fa ridere di comici che non fanno ridere. Qualche riferimento satirico, le solite tonnellate di equivoci; in qualche passaggio fa riflettere sulla risata, più che far ridere.
Si può dire che Fontana è vittima di Carcarlo Pravettoni. Senza il bagliore di successo mainstream i suoi comici sarebbero meno tristi. Senza il bagliore di “Mai dire…”, Fontana sarebbe una bella scoperta. Continua…


Beppe Severgnini – Come disimparare l’italiano

| buttato dentro il 26 novembre 2007 | alle ore 11:49 | da | nelle categorie cultura, recensioni | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Il metodo migliore per farsi passare la voglia di scrivere è leggere “L’italiano – Lezioni semiserie” di Beppe Severgnini tutto d’un fiato. Va preso con calma (abbondante), senza troppi pregiudizi (q.b., come nelle ricette) e senza timori (paura di cosa?): farsi prendere dal ritmo della scrittura, come in un romanzo, porta a matematica depressione.
Ogni capitolo fornisce un consiglio che ovviamente disattendiamo; in ogni paragrafo c’è un suggerimento che non seguiremmo nemmeno sotto tortura; e soprattutto, se due espressioni si equivalgono, ma una delle due è preferibile, noi poveri tapini scegliamo d’istinto quella sintatticamente meno corretta. Quella che crea equivoci, quella che la Crusca consiglia.
Un libro consigliato a chi scrive male, sconsigliato a chi scrive bene: o, meglio, consigliato a tutti, ma con posologia diversa.
Su una cosa non sono d’accordo con Beppone: spesso l’omissione di “io penso”, “personalmente”, “la mia opinione è”, da lui consigliata nel libro, ha creato conflitti insanabili con lettori e scrittori on-line. Bisogna capire, in questi casi, che si passa per pedanti sputasentenze agli occhi di lettori frettolosi e di criticatori prevenuti. Consiglio a Severgnini: dopo il corso di scrittura, scriva un corso di lettura. Continua…


Biagi autocelebrativo – Quello che avrei detto se solo…

| buttato dentro il 16 novembre 2006 | alle ore 11:06 | da | nelle categorie cultura, recensioni | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

C’è molta gente che pensa che Enzo Biagi sia un vecchio rincoglionito.
Forse è vero. Forse non ha senso scrivere e pubblicare un libro che condensi almeno una trentina di fatti epocali in poco più di duecento pagine. Forse non ha senso dissertare della propria vita, della vita della Nazione, dell’esistenza del mondo come se tutto ruotasse intorno al proprio smisurato ego. Biagi lo fa, e sembra che se ne diverta. «Alla mia età, leggere diventa sempre più difficoltoso»: non gli resta che scrivere.
Ma quando Biagi parla di cent’anni di follia umana, di un secolo di delitti, dalla Grande Guerra a Berlusconi, passando per il terrorismo e le tante battaglie silenziose del nostro tempo, con uno stile unico… beh, non si può certo restare indifferenti e rimanere ancorati ad un giudizio superficiale e personalistico.

Biagi evidentemente si può permettere di vagare nei propri ricordi a mano libera, senza uno schema, lamentandosi del silenzio impostogli in tv e ammettendo, solo a malincuore, che dopo tanto rumore anche starsene in panchina non è poi così male, alla sua età.
L’unico pensiero che rimane in testa, è quello di un’occasione sprecata: se Biagi avesse avuto il suo spazio su Raiuno con “Il Fatto” che tanto amava avremmo assistito a perle assolute di giornalismo “in diretta”, invece di doverle leggere ad alcuni mesi di distanza su un lavoro pieno di lamentazioni, con uno schema logico che si perde pagina dopo pagina.
Un vero grande peccato Continua…