Uahlim

Emilio Révil era un rompiballe. Un metodico. Uno che doveva sempre avere una spiegazione per tutto, ogni sua mossa derivava da una scelta razionale. Al di là dell’ansia compulsiva e dei problemi psicologici che lo affliggevano ormai da anni, doveva avere sempre tutto chiaro, per sua indole.
L’ultima volta, lo avevo sentito poco dopo le elezioni regionali, quando aveva spiegato di aver votato Luciano Caveri, perché aveva dato spazio ai suoi problemi tramite il suo sito, Emily Rini, perché (diciamo così) è una bella ragazza, e Augusto Rollandin, perché gli era stato vicino al funerale del padre. Tutto doveva avere una spiegazione, anche quello che non doveva per forza averne una. Anche la scelta di iscriversi all’Union Valdotaine, a lungo osteggiata come partito unico valdostano, Emilio la spiegava e la argomentava con passione.

Parlare senza conoscere a fondo la situazione della morte del padre Franco è fuori luogo. Quindi non lo farò. Ricorderò semplicemente Emilio Révil, che imperversava su internet facendosi chiamare Uahlim.
Lo conoscevo personalmente, piuttosto bene. Eravamo andati a mangiare fuori insieme, ed eravamo poi rimasti a lungo, per strada, a parlare di storia, di autonomia valdostana, di vita, di internet: tutto ciò che andava a lui. Ci sentivamo spesso online, i suoi progetti erano complessi e geniali: come ho detto, ultimamente era quasi sparito dal web, o perlomeno dai soliti spazi in cui cercava di mettere ordine, dopo aver trovato nel buddismo una via alla soluzione dei suoi problemi. La lunga terapia psicologica sembrava aver dato i frutti, la sua irascibilità – che in rete si trasformava in lunghissimi post e commenti – era calata lasciando spazio ad un’apparente tranquillità.

Avevamo messo su, assieme, un progetto wiki che si chiamava Vdalibra (e che poi, il solo Emilio, ha proseguito sotto il nome di Vdacommons), per raccogliere tutto ciò che in rete parla di Valle d’Aosta. Per riuscire in ciò che secondo lui non faceva nessuno, né il sito della Regione, né i tanti portali turistici o di informazione.
Sul web, Emilio era un vulcano. Commentava anche 10-12 volte di fila lo stesso sito, con continue puntualizzazioni e precisazioni. Costruiva nuovi siti e nuovi progetti, a partire da quello che racconta la storia di suo padre. Il suo ultimo lavoro era il portale che raggruppava quasi tutti i suoi progetti. Era finito in causa con Roberto Mancini, quel generale Zhukov che tanto odiava e che poi ha voluto difendere.

Emilio viveva a Milano, ma non viveva Milano. Fatto strano, quando anche io abitavo là, non ci eravamo mai incontrati. Io prendevo tutti i giorni il treno a Lambrate, proprio dove la sua vita è finita, e lui lavorava in Politecnico, poco distante, e abitava a poche centinaia di metri da casa mia. Ci si incontrava nel fine settimana ad Aosta, oppure in settimana sempre e solo su internet. La sua dimensione era la Valle d’Aosta, forse la voleva migliorare con i suoi difetti. Scriveva e parlava con i politici, anche con quelli seduti sulle poltrone più alte, per segnalare i piccoli problemi di ogni giorno, dal binario del treno sbagliato, ai gradini che mettevano in difficoltà ciechi e disabili, ai siti web pubblici poco accessibili.

Le ultime volte che l’ho sentito, raccontava di aver trovato la felicità e l’equilibrio. In realtà non aveva mai dimenticato quel padre buono, condannato a stare lontano dai suoi bambini per una tirata d’orecchi. Citava Kennedy e la sua più famosa frase («Perdona i tuoi nemici, ma non dimenticare mai i loro nomi»), e lasciava scritte frasi inquitanti: «Il mio consiglio a tutte queste persone (quelle coinvolte nel caso del licenziamento del padre, nda): pregate perchè non mi diagnostichino mai un male incurabile prima di avervi perdonato». Chissà se lo aveva fatto.

Cerchiamo di non dimenticarlo. Facciamo in modo che i suoi spazi sul web, unico luogo che amava perché lo voleva diverso dalla complessa vita di tutti i giorni, unico luogo in cui era possibile la conoscenza, non muoiano.