Prima di RaiVdA – Dopo RaiVdA – Qual è la differenza?

| buttato dentro il 19 luglio 2005 | alle ore 11:35 | da | nelle categorie aosta, economia, giornalismo, turismo | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , , , , , , , , , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Da qualche settimana, in un orario infelice dettato dalle esigenze nazionali di palinsesto, va in onda su Raitre, la domenica mattina attorno alle 10, “Prima di RaiVdA”, una serie di documenti e documentari che testimoniano com’era la Valle d’Aosta prima che esistesse la sede regionale della TV di Stato. Interessanti interviste a bacan tutti d’un pezzo, progetti mastodontici di sviluppo turistico ed economico, sindacalisti e politici idolatranti la “dzenta valaje”. Cos’è cambiato? Ben poco o forse nulla: le idee stantìe sono sempre le stesse, non hanno dato frutti ma vengono riproposte oggi allo stesso modo. E anzi, a volte vengono fatte passare come novità tecnologiche raffinate.
I. Le industrie della bassa Valle in crisi. In uno stabilimento, alla fine degli anni ’60, per ovviare a problemi finanziari dei “padroni”, gli operai mettono su una “società comunista” in cui il CdA è formato dagli operai tutti. Poco dissimile dall’attuale situazione di crisi profonda di Tecdis, Olivetti IJet, Feletti, ecc… La soluzione che si trova? Soldi dalla Regione, che è ben contenta di darne per evitare che si perdano posti di lavoro.
II. La montagna spopolata. L’allora direttore di non-so-quale-organismo-quasi-pubblico Ilario Lanivi, futuro presidente della Giunta, è felice di presentare il contributo pubblico, a fondo perso, di 30.000 lire annue per capo bovino. Ho come il sentore che il contributo attualmente non sia più di 30.000 lire. Sta di fatto che a questo si sono aggiunti negli anni i contributi per il verde agricolo, per i tetti in lose, per l’agricoltura di qualità, per i consorzi fondiari, per i consorzi lattiero-caseari e via discorrendo. Insomma, la soluzione sono i soldi dalla Regione. Che però hanno solo protratto nel tempo un problema che, evidentemente, andava risolto in altro modo.
III. Il turismo che non ne vuole sapere di rilanciarsi. Pila costruisce il più grande scempio paesistico e architettonico della Valle proprio in quegli anni. Una stazione integrata, raggiungibile in auto e in ovovia da Aosta in pochi minuti, con negozi, banche, poste, abitazioni, alberghi, ristoranti, piscine, campi da tennis e piste da sci sotto casa. Ma un altro progetto concorrente fa sfumare il tutto, lasciando un’enorme, sottoutilizzata e oscena struttura degna del nome di cattedrale nel deserto. Ancora oggi la Valle tira fuori ogni 2×3 il concetto di stazione integrata, da sviluppare ad ogni costo per fare il decisivo salto di qualità al quale “l’esigente turista attuale” (degli anni ’60) non può fare a meno. Il tutto farcito da copiosi contributi dalla Regione.
IV. Il particolarismo minacciato. L’autonomia minacciata e moine simili non nascono certo negli ultimi anni. Nessuno ci ha mai veramente creduto, penso, nemmeno chi ha fatto suo questo motto nella propria politica. Qui però i soldi della Regione non c’entrano. Sono cruciali quelli di Roma…
Insomma, in 40 anni non è cambiato nulla o quasi. O perlomeno non è cambiato il modo di farcelo vedere e sentire dal servizio pubblico. Tutto sta nel determinare quale sia la verità: non è cambiato nulla o qualcuno vuole che non sia cambiato nulla, per pigrizia, per convenienza, per sfizio?



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