L’arte della cover – Menabrea Jammin’ Festival – La Salle – 07/08/2006

| buttato dentro il 8 agosto 2006 | alle ore 12:49 | da | nelle categorie aosta, musica, storie di vita vissuta | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , , , , , , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

L’arte della cover è una delle più difficili del mondo. Rifare una canzone di successo alla propria maniera, più o meno scancagnata non è mai facile. Eppure provano a farlo tutti, anche con repertori propri alle spalle degni di nota.

Piccola guida alla cover

Per fare una cover di un pezzo famoso, le alternative sono tre:
Caso 1) fare lo stesso pezzo, ma in maniera completamente diversa;
Caso 2) fare lo stesso pezzo alla stessa maniera, ma meglio;
Caso 3) fare lo stesso pezzo in maniera oscena.

Il maggiore livello di difficoltà se lo spartiscono “caso 1″ e caso 2″.
Nel primo caso, non sempre è facile accontentare il pubblico. Occorre avere esperienza e una buona fama alle spalle, ma non serve avvicinarsi alla bravura dell’originale. Anche le TATU possono rifare gli Smiths (How soon is now)… Nel secondo, occorre essere dei musicisti con i cosiddetti “controcoglioni”. Conoscere bene non la sola canzone, ma l’intero repertorio del gruppo in questione. Essere dei “guru”, in materia, saper suonare i proprio strumenti, rendere live quasi come rende in studio il pezzo originale. L’esempio che mi viene in mente, sempre per rimanere in tema “Smiths”, sono i Muse che rifanno “Please, please, please, let me get what I want”.

Ieri sera, al “Menabrea Jammin’ Festival” di La Salle ho, per mia fortuna, potuto assistere ad un “caso 2″. E, per tradizione, ad una marea di “casi 3″.

“Berlino Est”, Jesus of suburbia dei Green Day. Rifatta alla perfezione. I tre Green Day non sono dei grandi musicisti, ma live rendono da dio. I cinque berlinesi non sono dei grandi musicisti, tranne un paio di casi, ma live rendono da dio. Uccidendo due componenti berlinesi, sarebbero sembrati anche numericamente i veri Green Day. Nove minuti di cover in cui non si è sentita la noia… Alla prima uscita pubblica in assoluto, i berlinesi sono sembrati di gran lunga il gruppo più coinvolgente e più scafato, alla faccia dei “soliti” Re di Maggio, dal repertorio stiloso ma fermo da almeno due anni, dei padroni di casa Heavy Bags, che hanno suonato a tarda ora fuori concorso mentre il pubblico scemava, esclusivamente cover del “caso 3″, dei Conati di vomito, dai quali mi astengo da ogni giudizio per averli ascoltati distrattamente (per quello che ho sentito, possono ritenersi fortunati dall’assenza di un mio giudizio…).
Una nota sull’organizzazione, impeccabile e splendidamente riuscita, ha portato un centinaio di persone nella storica Maison Gerbollier: un ottimo modo di avvicinare giovani e tradizione, rock e montagna.
Un’altra sulla giuria, che dava voti piuttosto distrattamente, e soprattutto sul momento. Una votazione che si rispetti, avviene al termine dell’esibizione con tutti i giurati che si annotano, in “segreto”, il proprio voto, senza farsi influenzare dal giudizio altrui, soprattutto se la “giuria” è formata da un gruppo di amici e non da persone provenienti da realtà differenti, come sarebbe auspicabile.
Altra nota negativa, la collocazione nel calendario: una serata di rock il lunedì sera, poco spinta dai giornali e con un battage pubblicitario degno di una cena tra amici.
Una manifestazione simile, in un contesto simile, meriterebbe un venerdì o sabato sera e un maggiore contatto con la stampa per diffondere il verbo.

Ma le stelle cadenti tagliavano il cielo anche ieri sera, numerose…



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