Forte di Bard – Mezza delusione… mezzo trionfo

| buttato dentro il 15 maggio 2007 | alle ore 22:20 | da | nelle categorie aosta, turismo | parlando di gioiosi argomenti quali ad esempio , , , , | se hai qualcosa da dire scrivilo qui » |

Per anni ho pensato, da “economista”, che il forte di Bard e l’annessa ristrutturazione fossero un annunciato ed enorme buco nell’acqua.
All’apertura, avevo deciso di non andare a mettere il naso. Per evitare condizionamenti, per evitare la massa, per analizzare criticamente passo passo il forte e soprattutto il suo “avvicinamento”.
Successivamente, il grande successo ottenuto nel primo anno di attività mi aveva riempito di aspettative: per la prima volta, da prevenuto che ero – lo ammetto senza dubbio -, ero divenuto speranzoso. Fiducioso. E le mie aspettative erano alle stelle, o quasi.

Così, sabato scorso, senza espedienti o aiuti da “giornalista”, ho preso la macchina, ho fatto la statale e evitato l’autostrada (alla faccia degli aumenti spropositati), ho pagato il biglietto ridotto per la “settimana della cultura” e mi sono avventurato in giro per il Forte.

Primo errore: non centro l’ingresso del parcheggio, e vado lungo. Le indicazioni non sono chiarissime.
Entrato finalmente nel parcheggio, resto senza sapere quanto costa fino a quando ci sono dentro. A dire il vero, sul sito internet è scritto il prezzo, ma solitamente la tariffa è visibile prima di entrare e prima di essere obbligati a pagare. Sono comunque due euro, prezzo accettabilissimo e coerente con la comodità e l’accessibilità. Il turista ama però sapere prima quanto deve sganciare, perché se è spilorcio può farsi 200 metri a piedi e parcheggiare gratis.
Terzo dubbio: una volta nel parcheggio, non si capisce se occorre entrare, uscire, passare attraverso i muri o usare il teletrasporto.
Quarto dubbio: una volta nell’ascensore, o nel vano scale, nessun avviso, se non un foglio volante stampato per necessità, spiega a che piano fermarsi.
Quinto dubbio, più che un dubbio… una volta al secondo piano del parcheggio, da che parte andare? Verso un’opera d’arte semovente che sembra la cacca di un dahu, verso il lato del forte, verso il borgo?
Ok, finalmente ho capito dove destreggiarmi. Entro nel vano degli ascensori trasparenti che portano al forte. E già fino qui, mi sarei potuto perdere almeno 5 volte. E se avessi voluto passare per il borgo? E se avessi voluto fare la salita a piedi al forte? Non è dato sapere. Al turista del forte deve piacere l’avventura, la ricerca dell’itinerario. E la fretta non è contemplata.
Ma non facciamo troppo i pignoli, proseguiamo…

Una volta nell’atrio di accoglienza, le miserrime indicazioni ufficiali del forte mi dicono di prendere l’ascensore. Sul primo ascensore mobile, niente e nessuno mi dice che pulsante premere, e niente mi indica dove passare per andare a prendere il secondo e il terzo ascensore, una volta sceso dal primo e dal secondo. E anzi, l’unica freccia di indicazione mi può trarre in inganno, perché indica il percorso di discesa.

Arrivo al forte. Entro da un monumentale portone che passa su un ponte, e ancora una volta non so dove andare. Mi ritrovo davanti il cortile interno del forte e un addetto del museo sorridente, ma che non è di certo più utile di una freccia o di un pannello. Però, se volessi uscire, avrei l’imbarazzo della scelta: uscita indicata sia a destra, sia a sinistra. Da due lati diversi del forte, ma questi sono dettagli. Il turista che sbaglia uscita ama da morire vagare lungo la strada statale 26 in cerca dell’auto che ha lasciato all’altra uscita.
Anche trovare la biglietteria è un’impresa: è così difficile mettere un’insegna? Un pannello “a banderuola”?
Dire che le indicazioni siano pietose e la cartellonistica studiata con i piedi è un eufemismo. Ecco perché mi piace, quando posso, evitare le inaugurazioni: magari conosco di persona chi ha fatto queste cagate pazzesche, e sul momento è estremamente sgarbato farglielo notare. E soprattutto, con un afflusso di visitatori moderato, è sufficiente seguire la massa: invece, questo sabato, i visitatori sono pochi. O almento sembrano pochi, nell’immensità del forte.

E’ tutto grandioso. I muri, la cura del restauro, i bandieroni che solo al castello di Praga ho visto più maestosi. I finestroni. I portoni. Le indicazioni tirate a lucido (anche se insufficienti e troppo piccole). Il prezzo. Porca vacca, otto euro per vedere il museo delle Alpi, otto euro per vedere la mostra sull’astronomia nell’arte, tre euro per il planetario. Il cumulativo museo più mostra fa dodici. Prezzo più degno di essere pagato.
Il museo è una mezza delusione, anziché no. Ancora una volta nessuna indicazione mi dice che non posso fare foto, cartello ciclicamente e in modo sacrosanto presente all’ingresso di un’esposizione, la cui assenza mi fa però pensare che la fotografia sia libera, visto che , nel percorso museale, non sono contenute opere d’arte o beni da tutelare. Mi becco pure un’insultata da una delle assistenti alla visita per una foto allo scalone d’ingresso. E pensare che, se mi fossi presentato come “giornalista”, avrei persino potuto scaccolarmi o ruttare mentre facevo foto a tutto e a tutti…
Ma ai miei fini, le agevolazioni sono un surplus che la mia “inchiesta” non richiede. Voglio mettermi nell’ottica del turista pignolo ed esigente, un po’ ignorante e suscettibile. Che storce il naso quando deve aprire il portafoglio e pretende il massimo per il minimo sforzo.
La prima sala del museo è buia. Leggere la brochure che mi hanno dato pochi metri prima è impossibile. Nessun pannello illustrativo è previsto, ci si fionda in rumori e immagini filmate di colpo senza scelta. E senza saperlo. Forse l’esperienza di “museo moderno” che Enrico Camanni ha voluto perseguire ideando il percorso prevede anche questo. Ma no, anche dopo diversi minuti trascorsi all’interno della sala non capisco niente. Non si capisce niente, non c’è niente da capire. Ci sono immagini di contrasto, e fin lì ci arriva anche un minorato mentale. Ma non si capisce il perché del buio, non si capisce perché ho una guida in mano e non posso e non riesco a leggerla, non si capisce perché c’è un casino mostruoso di sottofondo che sembra di essere nudi al confine franco-italiano all’interno del tunnel del Monte Bianco mentre il traffico è al massimo.
Mi avvicino ad una finestra, aperta per il gran caldo. Sì, perché tra le altre cose, fa un caldo mostruoso. E finalmente leggo: la guida dice grossomodo quello che ho pensato, e aggiunge qualche dettaglio che, sapendolo prima, avrei potuto capire meglio tutto. Ma forse in un “museo moderno” non c’è bisogno di spiegazioni. Tre righe dopo che ho pensato questo, un’inserviente arriva e chiude la finestra, scusandosi per averla aperta. Ma, effettivamente, nella sala ci saranno una trentina di gradi, e per non grondare a metà maggio, la finestra aperta che fa entrare il venticello della bassa Valle è d’obbligo.

Vabbè, proseguo. La prima sala non l’ho capita, sono morto di caldo e il rumore mi ha irritato quasi di più delle addette del museo, che sembrano coalizzate contro il visitatore, anziché aiutarlo. Ma forse è solo una coincidenza sfigata.
La seconda sala è comprensibile, quasi classica. Animali, fiori. L’orso e il lupo, ma il lupo non c’è… Qualche numero piazzato male nella teca che contiene flora e fauna non permette di distinguere un fringuello da una cinciarella nella legenda in basso, ai piedi della vetrinetta.
Il resto del museo è decisamente piacevole. L’immersione nelle Alpi è totale, le idee interessanti ci sono. Il “museo moderno” di Camanni è abbastanza riuscito. Forse servirebbe un rodaggio per sistemare qualche dettaglio, come i numeri nella vetrina degli animali imbalsamati, o il lupo assente ingiustificato. E la temperatura che, ripeto, è insostenibile, forse per la presenza di molti faretti e un gran numero di schermi e proiettori.

La Valle d’Aosta la fa da padrone, e questo è un altro dei limiti che sin da quando il forte ha aperto avevo temuto. Il “museo delle Alpi”, si riduce in buona parte a “museo delle Alpi occidentali”, o “museo delle Alpi valdostane”. Inevitabile e forse perfettibile, ma non biasimabile.
Il museo delle Alpi, in conclusione, si rivolge a chi della montagna sa poco e che vuole sapere il più possibile in un paio d’ore di visita. Si rivolge a chi non può andare a vedere quei paesaggi perché fuori piove. Si rivolge a chi alcuni paesaggi non vuole vederli perché pericolosi o troppo avventurosi. Anche se, come abbiamo visto, anche l’arrivo al museo è una mezza impresa…

La mostra temporanea: in sintesi, non merita gli otto euro del biglietto. In parte è un marchettone per l’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans ad Aosta, in parte una mostra di dipinti e scritti sugli astri, troppo breve per esistere ed essere degna di visita, seppur con opere di altissimo valore. In parte un esperimento di opere multimediali, interessanti ma che stonano affiancate alle altre. In parte opere moderne, interessanti e di nicchia, ma che ancora una volta fanno a pugni con la parte precedente. Il tutto disposto in tre aree distinte del forte, cosa che demarca ancora di più la cesura tra le aree e le idee. E in queste aree fa freddissimo, veramente da battere i denti: tanto che le inservienti, che sembrano questa volta più accomodanti (ma forse è di nuovo il caso), sono incappottate, ingiaccate e sciarpizzate di tutto punto.
Insomma, prese singolarmente e sviluppate, le idee delle mostra sono molto buone. Messe insieme, fanno a pugni e finiscono per marginalizzare tutto: opere classiche, moderne, archeologiche. Forse l’armonizzazione delle tre aree andava fatta meglio, forse estendendo con qualche opera in più la parte “classica” si sarebbe ottenuto un valore aggiunto complessivo maggiore. Chissà…
In discesa, scelgo di farmela a piedi. Ottimo panorama, ottima strada. Assenza di indicazioni, ma strada obbligata: si può fare a meno, qui senza problema alcuno, delle frecce.
Il passaggio nel borgo è abbastanza inquietante. Se a Etroubles, con l’apertura del museo a cielo aperto, il borgo è stato riqualificato grazie all’intervento orgoglioso degli abitanti, qui a Bard questo non è assolutamente successo. L’unico negozio sembra una perla nel deserto, gli obbrobri architettonici e gli angoli maltenuti si sprecano: è la norma nei borghi semi-abbandonati di mezza Italia, ma per un rilancio complessivo dell’area questa è una nota dolente: non me ne voglia il sindaco o chi per lui, ma basta aprire gli occhi.
Se a Etroubles in due anni il borgo è mutato radicalmente, a Bard si può fare lo stesso, visti i numeri di visitatori e la differenza abissale di budget…

Do i voti, cosa che non amo fare, ma che faccio, chissenefrega. Ormai mi sono esposto, e ce l’avranno con me amministratori pubblici, giornalisti, esperti di luci, di musei, di indicazioni, di climatizzazione:

Indicazioni e segnalazioni: 1
Museo delle Alpi: 7
Prima sala del museo: 3
Mostra temporanea – parte artistica “classica”: 6
- parte archeologica: 4
- parte moderna: 7
- complessivo: 5 e mezzo
Borgo: 4
Totale: 5 e mezzo

Visti i soldi spesi, mi aspettavo certamente di più. Ci si chiedeva da queste parti, poi… “ma tra dieci anni, questo museo moderno, sarà ancora moderno o sarà archeologia modernista?”

Tutte le immagini, ©AM



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